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Lo spazio bianco di Vincenza Parrella

22/04/2010 : 18:50

Lo spazio bianco, di Vincenza Parrella. Einaudi, 2009.

 

Maria ha superato da poco i quarant'anni, vive a Napoli, lavora come insegnante in una scuola serale e un giorno, al sesto mese appena di gravidanza, partorisce una bambina che viene subito ricoverata in terapia intensiva neonatale. Dietro l'oblò dell'incubatrice Maria osserva le ore passare su quel piccolo corpo come una sequenza di possibilità. Niente è più come prima: si ritrova in un mondo strano di medicine, donne accoltellate, attese insensate sui divanetti della sala d'aspetto, la speranza di portare sua figlia fuori da lì. Nei giorni si susseguono le mense con gli studenti di medicina, il dialogo muto con i macchinari e soprattutto il suo lavoro: una scuola serale dove camionisti faticano su Dante e Leopardi per conquistarsi la terza media. La circonda e la tiene in vita un mondo pericolante: quello napoletano, dove la tragedia quotidiana si intreccia con la farsa, un mondo in cui il degrado locale è solo la lente d'ingrandimento di quello nazionale.

Recensione da L’Indice

 

"Io leggevo": Maria ha superato la soglia dei quaranta, insegna italiano in una scuola territoriale serale, è sola. A causa di complicazioni non specificate – "a quarant'anni non si fanno i figli" – nasce Irene, a soli sei mesi di gestazione. E Maria, incrollabile nelle sue certezze elaborate in anni di formazione dura, periferica, anni da scuola di partito stretti da un padre rigorosamente comunista e da un madre cattolica, oppone al dolore, la sua strategia consueta. Leggere, ovvero isolarsi impedire al mondo esterno di sfondare il proprio nocciolo d'identità, chiamare a sé le forze della ragione, rifugiarsi, come Montaigne, nel regno pacificato dei propri studi. Un saggio sul laicismo, non a caso, perché "non sento curiosità nel dubbio, né fascino nella speranza". Ma per quanto Maria sia strutturata, Irene è la buca nella quale inciampa, un essere che non è figlia maturata, "una forma senza immagine, un atto vivente che dietro di sé non aveva nessuna idea platonica a sorreggerlo" che non può, per sua intrinseca essenza, conferirle lo statuto di madre. Nonostante, dunque, la totale mancanza di categorie di pensiero attraverso le quali sistemare la nascita di Irene, Maria è costretta a imparare un nuovo alfabeto, a ricominciare, in qualche modo, da zero. Da quella incubatrice bianca / scatola bianca / spazio bianco che, suo malgrado, trasmette un irresistibile seduzione, sia essa verso la vita o verso la morte.
Il romanzo di Valeria Parrella è la cronaca dello spazio e del tempo in cui Irene, e sua madre, artificialmente arrivano al punto di partenza di una nascita "naturale". Con loro, i medici, le infermiere, le altre madri, i padri, gli amici rimasti, i colleghi, gli allievi, e i ricordi. Intorno a loro, oltre all'ospedale (ai suoi cornicioni, alle anticamere, alle sale d'attesa, al reparto neonatale per prematuri con tutte le sue, a tratti quasi macabre, contraddizioni), la casa di Maria ben protetta da un portone antipanico, l'aula di scuola, e alcune, poche, vie di Napoli dove la protagonista s'immerge come bendata, in quella sorta di alternanza tra sonno e veglia che sono i giorni della cosiddetta rinascita di Irene. Che arriva, in effetti: prima con l'autonomia respiratoria poi con l'allattamento con il biberon (davvero efficaci le pagine che descrivono i primi approcci di Maria con il biberon e le difficoltà della bambina a ingerire il latte, con quel continuo chiedersi il perché un atto naturale possa trasformarsi in un motivo di preoccupazione, d'angoscia o anche di perdita definitiva) e infine con la dimissione di Irene.
Della "vecchia" Parrella, di quella dei racconti modellati su un parlato ricco e controllato, qui rimane soprattutto la volontà di non cedere alla paura di non saper raccontare. In questo caso, l'affondo nel sé, nel proprio dolore biografico, è condotto con sapienza e il giusto distacco. Dispiacciono un poco i sipari sul quotidiano, i mo' insistiti delle madri popolane, e la storia d'amore con il dottorino. Difetti lievi rispetto a un lavoro che, in Italia, trova forse una parentela letteraria con il racconto di Lalla Romano Ho sognato l'ospedale (Il melangolo, 1995), dove la necessità primaria della disciplina ospedaliera confligge con l'involontario umorismo che nasce dalla sua applicazione. Camilla Valletti

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Ultimo aggiornamento: 22/04/2010 - 19:11
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